Quando la vampira ventenne Romana sente il campanello, si aspetta le crocchette per il gatto, non la donna di cui si è nutrita la sera prima. Romana uccide solo chi è quasi morto, ma a quanto pare ha appena raggiunto la pubertà vampirica: ora può trasformare. Oops. Fa accomodare la Signora Visconti e le spiega: bere sangue e vivere per sempre, o morire di sete. Facile, no? Peccato che l’immortalità sia sopravvalutata: niente sole, niente amici, nascondersi per sempre. La Signora la fissa, sconvolta. Non solo perché sembra Jane Birkin, ma perché è Romana, quella del liceo, di un’altra vita, congelata nel tempo. La Signora invece è tutto ciò che Romana ha sempre invidiato: vecchia, vissuta, umana. Proprio quando sembra pronta a scegliere, un ricordo riaffiora: suo marito. Suo marito morto. E all’improvviso non è più così sicura. Se diventa una vampira, potrà rivederlo? I vampiri vanno in paradiso?
Nonostante decenni di parodie, i vampiri sono riusciti a conservare una certa dignità. Anche Accollo vive di questa ambivalenza. Da un lato c’è la comicità grottesca della situazione: vampirizzare qualcuno per errore, una donna anziana che si sente una ragazza e una ragazza che si sente vecchissima. Dall’altro emergono questioni più profonde: saremmo tutti bravi a essere vampiri a vent’anni, ma cosa succederebbe se ne avessimo settantasei? Ne varrebbe comunque la pena? E cosa accade quando una giovane vorrebbe crescere e cambiare, ma non può?
Pur indossando i panni della commedia, Accollo si rivela un’allegoria sul tempo, sul rimpianto e sulle scelte che segnano per l’eternità. Un dramedy ambientato interamente in un soggiorno vuoto, dove due donne, solo apparentemente diverse, diventano lo specchio l’una dell’altra.