In un piccolo borgo dell’Astgiano, Settime d’Asti, esiste una scuola elementare unica: un’aula sola, nove bambini dai sei ai dieci anni, tutti figli di immigrati. Nati o cresciuti in Italia, parlano la nostra lingua e vivono la nostra cultura, ma spesso non sono considerati “italiani”. Mentre il paese si svuota e invecchia, le famiglie italiane scelgono altre scuole. Il sindaco, definendola “un ghetto”, decide di chiuderla. Questo sarà l’ultimo anno e poi i bambini verranno separati. Il documentario segue da vicino questo percorso: un racconto intimo di amicizie, conflitti, risate e paure. Dietro ogni banco, un mondo in formazione che sfida stereotipi e pregiudizi. Dentro la classe si respira un’idea diversa di Italia, più giovane e aperta; fuori, invece, il paese fatica ad accettare il cambiamento, ancorato a un’identità che scricchiola sotto il peso del tempo.
Ho conosciuto la scuola di Settime d’Asti grazie a un titolo di giornale: “La scuola elementare salvata da Khalid, in classe solo figli di migranti”. Per chi vive in città, sembra una notizia di poco conto, ma nelle campagne, dove i paesi si stanno svuotando e le comunità si chiudono in se stesse, è qualcosa di straordinario. Il film racconta i bambini in quell'età fragile in cui i gesti non sono filtrati dal condizionamento sociale: un piccolo mondo in cui le differenze e le contraddizioni vengono naturalmente a galla. Entra nel ritmo quotidiano di nove bambini, lasciando che siano i loro gesti, le loro parole e i loro silenzi a raccontare la storia. Ne emergono dinamiche universali: la protezione di un fratello maggiore, l'innocente crudeltà delle prese in giro, la nascita dell'amicizia, il peso di un insulto. L’ultima classe non è solo il racconto di una scuola che chiude. È un viaggio nel nostro futuro più prossimo, visto con gli occhi dei bambini di una piccola scuola rurale.